Ogni settimana sceglieremo una parola che commenteremo e cercheremo di spiegare nella maniera più chiara e semplice possibile. Perché le parole, come spiegava Martin Heidegger, non sono solo strumenti per esprimere il pensiero, ma condizioni per poter pensare.

 

Il pedagogista e psicologo Alberto Manzi, famoso per la sua trasmissione «Non è mai troppo tardi» attraverso la quale, negli anni Sessanta, tantissimi analfabeti riuscirono a conseguire la licenza elementare, era solito fare dei disegni per introdurre la lettera o la parola che voleva insegnare ai suoi allievi. Egli, in questo modo, diceva di voler «scrivere per immagini» perché le parole «erano simboli attraverso i quali scriviamo ciò che vogliamo e leggiamo ciò che gli uomini hanno scritto».

Noi tutti sappiamo bene che riusciamo a comunicare tra di noi (ma anche a pensare, come diceva Heidegger) solo attraverso l’utilizzo di parole che, combinate tra di loro in base a degli schemi e a delle regole, formano il linguaggio.

Ma non di sole parole… parliamo (e il gioco, di parole, è necessario).

Heidegger spiegava che il linguaggio è la «casa dell’Essere»: «[…] nel pensiero l’Essere perviene al linguaggio. Il linguaggio è la casa dell’Essere. Nella sua dimora abita l’uomo» (da Lettera sull’Umanismo). Che cosa voleva intendere il filosofo tedesco? Che le parole rappresentano uno strumento per comprendere gli altri ma anche, e forse soprattutto, un potente strumento per comprendere noi stessi.

Secondo il linguista Tullio De Mauro, una persona istruita riesce, quotidianamente, a «processare» decine e decine di migliaia di parole. Questo nelle sedici ore di veglia e il processo mentale continua anche durante il sonno. Ecco perché, spesso, noi non diamo troppo peso a questa nostra facoltà: il saper comunicare attraverso le parole.

Questa capacità, questo «poter dire io e tu che aiuta a dire e capire ciò che noi o altri diciamo rinvia al nostro saper essere parte autonoma, autonomamente inventiva, di un gruppo, e al saper riconoscere ad altri tale autonomia», spiega De Mauro.

La parola, dunque, nella sua forma di fenomeno collettivo che è il linguaggio, è lo strumento che utilizziamo quotidianamente, anche in questo momento mentre le parole scorrono sul monitor, per pensare, per comunicare i nostri pensieri e per comprendere i pensieri degli altri.

Immaginate di perdere la parola. Ci troveremo di fronte all’incapacità di comprendere gli altri e di poterci esprimere. Un esempio? Il dolore, che piega il sofferente al mutismo o al massimo al grido, che nulla ha a che vedere con la parola. Basti pensare il muro di silenzio che si innalza tra coloro che soffrono e coloro che non soffrono.

E nella nostra epoca dove il «frastuono» delle parole è così… rumoroso?

Risponde, e concludiamo, ancora Heidegger: «se l’uomo ancora una volta deve ritrovare la vicinanza dell’Essere, deve prima imparare a esistere nell’assenza di nomi. […] Prima di parlare, l’uomo deve anzitutto lasciarsi reclamare dall’Essere, col pericolo che, sottoposto a questo reclamo, abbia poco o raramente qualcosa da dire. Solo così viene ridonata alla parola la ricchezza preziosa della sua essenza, e all’uomo la dimora per abitare nella verità dell’Essere» (Lettera sull’umanismo).

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