Il rapporto con il maestro

Talvolta le persone possono percepire come un problema il fatto che il loro maestro non sia presente fisicamente; ma questo non è affatto un problema.

E’ pur vero che a volte si può aver bisogno di chiedere qualcosa al maestro, ma oggigiorno ci sono molti modi per comunicare istantaneamente ovunque nel mondo. 

Se il maestro è ancora vivo prima o poi è sempre possibile incontrarlo di persona. 

Talvolta le persone imparano un metodo particolare e pensano: “Adesso ho capito come funziona questo metodo e posso usarlo”. Prendendo alcuni appunti sulla pratica e vanno via, senza tener conto del maestro e della trasmissione. Ma questo è un errore. Il maestro è indispensabile finché non ottenere la realizzazione totale. 

Bisogna sempre collaborare con il maestro. Gli insegnamenti spirituali come quelli dello Dzogchen non sono mere tecniche. La tendenza è considerare gli insegnamenti come mere tecniche; purtroppo questo è un problema diffuso tra gli occidentali. 

In ogni caso è importante chiarire che lo scopo di un maestro è risvegliare gli studenti, aprendo la loro consapevolezza allo stato primordiale. Il maestro non dice: “Seguite le mie regole e obbedite ai miei precetti!” Egli dice: 

“Aprite il vostro occhio interiore e osservate voi stessi. Smettete di cercare una lampada esterna che vi illumini dal di fuori. Accendete la lampada interna a voi, così gli insegnamenti diventano vivi in voi e voi negli insegnamenti”. 

In questo modo, se praticate seriamente, potete mantenere la comunicazione con il maestro in qualunque situazione: quando entrate nella pratica e diventate bravi praticanti, il maestro si trova dentro di voi. Il maestro non è soltanto un fenomeno esterno, ma si può manifestare anche attraverso la vostra chiarezza. Dobbiamo avere una comprensione chiara di questo punto. La realtà della nostra effettiva situazione, non corrisponde all’idea che ogni cosa è soltanto esterna a noi.

Tratto da Evolversi secondo l’insegnamento Dzogchen di Chogyal Namkhai Norbu

 


Per far fiorire il seme della nostra natura divina

di Natale Musella

 

In alcune tradizioni spirituali si crede che tutti gli esseri senzienti abbiano il seme della natura dell’intelligenza.

Così se una persona ha la fortuna di poter seguire gli insegnamenti spirituali, può ottenere anche una certa realizzazione. Questo, secondo alcuni insegnamenti orientali.

Le religioni occidentali non dicono che abbiamo semplicemente la natura dell’intelligenza, ma possediamo quella che si chiama la potenzialità del divino, ovvero figli di Dio.

Quando pensiamo alla natura divina, ci viene subito in mente che siamo fuori dai nostri peccati, basta che diciamo alcune preghiere che Dio ci perdona e ci salva. Il vero significato della preghiera non è un raccomandarsi a Dio per ottenere il lascia passare per il Paradiso, ma è l’invito alla contrizione per il pentimento dei nostri peccati commessi. 

Pertanto, se noi riuscissimo a pentirci dei nostri peccati e a non commetterli più solo allora ci potrà essere una salvezza da parte nostra.

Ora, per coloro i quali non riescono a capire questo profondo significato della preghiera, li invitiamo ad occuparsi di qualcosa che possa fargli da guida e porlo nella dimensione della salvezza.

Il Prodromos è qualcosa che può realmente aiutare coloro che lo vogliono ma che non sanno cosa o come fare.

Se noi riuscissimo a comprendere che la nostra condizione umana si è voluta da una divina esistenza, dovremo anche comprendere che tutte le azioni umane sono e rimangono umane: siano esse positive o negative. Allora è chiaro che volendo evolvere rispetto ad una condizione precaria e piena di errori o peccati, che ci costringono a vivere in un modo non piacevole, vale la pena di credere che se veramente esiste un karma ed una rinascita per riparare ai nostri errori, dobbiamo valorizzare alcuni insegnamenti che ci conducono fuori da questo nefasto tunnel.

Rivalutare veramente il seme della nostra natura divina attraverso l’esistenza umana e porci nell’iter dell’evoluzione spirituale.


Karate, la visione originaria

di Angelo Tomasino

Quando si crea uno spazio mentale silenzioso, quando il chiacchiericcio mentale sembra fermarsi, si apre uno spazio, lo spazio dell’intuizione.

La pratica continua delle tecniche applicata con una certa coscienza al proprio corpo e respiro, senza distrazioni mentali porta alla comprensione profonda di certi movimenti e tecniche.

Quando si pratica karate, al chiarore della luna, nel silenzio della notte, tutto sembra avere un fascino speciale. Eppure non è una questione di bellezza estetica in cui ci si immerge, è l’immersione in uno stato particolare che l’essere può sperimentare nel buio notturno. La percezione di sé in quel silenzio, lontano dalla frenesia dei pensieri quotidiani e dalle molteplici distrazioni, proprio quel percepirsi in profondità rende il karate come una forma di danza che congiunge ogni cellula del corpo ad ogni respiro e ad ogni movimento. Tutto l’ambiente diventa parte della stessa danza.

Praticare karate allenando un certo tipo di coscienza, ora al di là del luogo in cui si pratica, può fornirci la “via” per realizzare noi stessi attraverso il karate.

È così che il karate non smette di coinvolgerci giorno dopo giorno, che ci mostra un’evoluzione costante di noi stessi che può durare anche tutta una vita. Praticare attraverso il karate la via della realizzazione interiore è possibile, lo è sempre stato secondo quello che ci hanno tramandato. In Oriente hanno un segreto, un segreto che li differenzia da tutti: ogni strada, percorsa con la giusta coscienza, può condurre alla natura primordiale dell’essere ed alla realizzazione di sé. Forse è questa la differenza? È questa la visione nuova da attuare nella pratica del karate? Visione nuova o forse… quella più antica?

III.Fine

I.Parte «La via del Karate: semplice agonismo o altro?»

II.Parte «Il maestro, l'esempio e l'educazione nel karate»