di Angelo Tomasino

Quando si crea uno spazio mentale silenzioso, quando il chiacchiericcio mentale sembra fermarsi, si apre uno spazio, lo spazio dell’intuizione.

La pratica continua delle tecniche applicata con una certa coscienza al proprio corpo e respiro, senza distrazioni mentali porta alla comprensione profonda di certi movimenti e tecniche.

Quando si pratica karate, al chiarore della luna, nel silenzio della notte, tutto sembra avere un fascino speciale. Eppure non è una questione di bellezza estetica in cui ci si immerge, è l’immersione in uno stato particolare che l’essere può sperimentare nel buio notturno. La percezione di sé in quel silenzio, lontano dalla frenesia dei pensieri quotidiani e dalle molteplici distrazioni, proprio quel percepirsi in profondità rende il karate come una forma di danza che congiunge ogni cellula del corpo ad ogni respiro e ad ogni movimento. Tutto l’ambiente diventa parte della stessa danza.

Praticare karate allenando un certo tipo di coscienza, ora al di là del luogo in cui si pratica, può fornirci la “via” per realizzare noi stessi attraverso il karate.

È così che il karate non smette di coinvolgerci giorno dopo giorno, che ci mostra un’evoluzione costante di noi stessi che può durare anche tutta una vita. Praticare attraverso il karate la via della realizzazione interiore è possibile, lo è sempre stato secondo quello che ci hanno tramandato. In Oriente hanno un segreto, un segreto che li differenzia da tutti: ogni strada, percorsa con la giusta coscienza, può condurre alla natura primordiale dell’essere ed alla realizzazione di sé. Forse è questa la differenza? È questa la visione nuova da attuare nella pratica del karate? Visione nuova o forse… quella più antica?

III.Fine

I.Parte «La via del Karate: semplice agonismo o altro?»

II.Parte «Il maestro, l’esempio e l’educazione nel karate»

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