L’Angoscia come presa di coscienza di un risveglio

Da dove nasce l’angoscia? Soprattutto, come possiamo definirla? Per arrivare alle origini dell’angoscia bisogna fare il percorso della sua essenza e per fare questo occorre servirsi della  filosofia senza però allontanarsi dalla Rivelazione e dal discorso intorno a Dio. Si può guarire dall’Angoscia? L’interrogativo stimola alla lettura del volume l’Uomo tra Angoscia, Disperazione e Salvezza, di Natale Musella. Di seguito alcuni estratti dalle Conclusioni del libro.

 

di Natale Musella

[…] È molto importante che sia fatta una disamina per stabilire la qualità o natura dell’angoscia. Infatti, l’intervento su di essa, può richiedere un differente medico, ammesso che questa si possa guarire.

Abbiamo anche visto che l’angoscia morale può scaturire da un senso di colpa. Quindi, se è vero questo, è anche vero che l’angoscia morale può essere guarita. L’angoscia spirituale invece, è una malattia inguaribile, o per meglio dire, una non-malattia. Se essa è, infatti, una presa di coscienza di una trascendenza che si manifesta, allora dobbiamo convenire che non è affatto una malattia, né tantomeno un trauma psicologico. Kierkegaard afferma che l’angoscia è un fatto dogmatico; ma questo è evidente perché una vera disciplina psicoanalitica non era ancora nata ai suoi tempi. È chiaro, quindi, che non poteva fare delle differenze di dato oggettivo; pertanto egli considerava l’angoscia come unico dato.

[…] Tornando al discorso dell’angoscia naturale o spirituale, quest’ultimo è un termine che forse si adatta di più, visto che è legato alla trascendenza manifesta. Dobbiamo considerare il rapporto che essa ha con la coscienza individuale; infatti, anche se sembra un assurdo, questa si fa sentire come ogni altro senso. Se ci poniamo nello stato di attenzione, tale da poter rilevare sensitivamente, ci rendiamo conto che, come dato, vi è un’esperienza. Ebbene, anche l’angoscia è pari alla manifestazione di un senso; questo dato è un’esperienza che noi acquisiamo. Pertanto è esaminabile, sotto l’aspetto psichico-empirico, il dato che si viene a manifestare: se è un’angoscia spirituale oppure no. Più specificamente possiamo dire che ci troviamo di fronte ad un’angoscia di tipo trascendentale oppure di fronte ad una di tipo razionale. Aggiungiamo pure che quella di tipo razionale viene nel rapporto tra conoscenza morale e peccato. Quella trascendentale viene da un rapporto tra il trascendente e un risveglio di questa coscienza individuale.

[…] L’uomo vive nei cinque sensi e, quando si ha la consapevolezza di questi sensi, può dirsi cosciente. Acquisire la consapevolezza di un dato diverso dai cinque sensi non è cosa semplice, pertanto può riuscire anche difficile entrare in questa consapevolezza. Se il soggetto però è educato e istruito circa la conoscenza di questo dato, egli saprà da solo fare la distinzione di questo dato posto; in realtà lui si troverà a discernere sulla realtà a lui apertasi o presentatasi.

[…] per le cose dette, non bisogna considerare l’angoscia alla stessa stregua della colpa; mentre invece è da considerare come la presa di coscienza di un risveglio. È possibile che quel dato voglia rappresentare la manifestazione del movimento che, attraverso la possibilità, dà l’opportunità della scelta. Scelta che, se fatta con discernimento, condurrà responsabilmente, sulla strada della Sequela Cristi. Ma se il discernimento non è presente, la scelta cadrà su cose futili, apparenti e mondane; sarà una scelta pragmatica, secondo la necessità del momento.


La parola della settimana è… «Parola»

Ogni settimana sceglieremo una parola che commenteremo e cercheremo di spiegare nella maniera più chiara e semplice possibile. Perché le parole, come spiegava Martin Heidegger, non sono solo strumenti per esprimere il pensiero, ma condizioni per poter pensare.

 

Il pedagogista e psicologo Alberto Manzi, famoso per la sua trasmissione «Non è mai troppo tardi» attraverso la quale, negli anni Sessanta, tantissimi analfabeti riuscirono a conseguire la licenza elementare, era solito fare dei disegni per introdurre la lettera o la parola che voleva insegnare ai suoi allievi. Egli, in questo modo, diceva di voler «scrivere per immagini» perché le parole «erano simboli attraverso i quali scriviamo ciò che vogliamo e leggiamo ciò che gli uomini hanno scritto».

Noi tutti sappiamo bene che riusciamo a comunicare tra di noi (ma anche a pensare, come diceva Heidegger) solo attraverso l’utilizzo di parole che, combinate tra di loro in base a degli schemi e a delle regole, formano il linguaggio.

Ma non di sole parole… parliamo (e il gioco, di parole, è necessario).

Heidegger spiegava che il linguaggio è la «casa dell’Essere»: «[…] nel pensiero l’Essere perviene al linguaggio. Il linguaggio è la casa dell’Essere. Nella sua dimora abita l’uomo» (da Lettera sull’Umanismo). Che cosa voleva intendere il filosofo tedesco? Che le parole rappresentano uno strumento per comprendere gli altri ma anche, e forse soprattutto, un potente strumento per comprendere noi stessi.

Secondo il linguista Tullio De Mauro, una persona istruita riesce, quotidianamente, a «processare» decine e decine di migliaia di parole. Questo nelle sedici ore di veglia e il processo mentale continua anche durante il sonno. Ecco perché, spesso, noi non diamo troppo peso a questa nostra facoltà: il saper comunicare attraverso le parole.

Questa capacità, questo «poter dire io e tu che aiuta a dire e capire ciò che noi o altri diciamo rinvia al nostro saper essere parte autonoma, autonomamente inventiva, di un gruppo, e al saper riconoscere ad altri tale autonomia», spiega De Mauro.

La parola, dunque, nella sua forma di fenomeno collettivo che è il linguaggio, è lo strumento che utilizziamo quotidianamente, anche in questo momento mentre le parole scorrono sul monitor, per pensare, per comunicare i nostri pensieri e per comprendere i pensieri degli altri.

Immaginate di perdere la parola. Ci troveremo di fronte all’incapacità di comprendere gli altri e di poterci esprimere. Un esempio? Il dolore, che piega il sofferente al mutismo o al massimo al grido, che nulla ha a che vedere con la parola. Basti pensare il muro di silenzio che si innalza tra coloro che soffrono e coloro che non soffrono.

E nella nostra epoca dove il «frastuono» delle parole è così… rumoroso?

Risponde, e concludiamo, ancora Heidegger: «se l’uomo ancora una volta deve ritrovare la vicinanza dell’Essere, deve prima imparare a esistere nell’assenza di nomi. […] Prima di parlare, l’uomo deve anzitutto lasciarsi reclamare dall’Essere, col pericolo che, sottoposto a questo reclamo, abbia poco o raramente qualcosa da dire. Solo così viene ridonata alla parola la ricchezza preziosa della sua essenza, e all’uomo la dimora per abitare nella verità dell’Essere» (Lettera sull’umanismo).