Metodo Prodromos, Teologia e Dzogchen

di Natale Musella

Oggi spiegherò qualcosa di importante per chiarire le idee a chi legge.

Qualcuno potrebbe chiedersi perché viene menzionata la Teologia quando si parla del Prodromos.

Altri potrebbero chiedersi perché menzionare il Prodromos se si parla di Dzogchen e viceversa.

Il connubio Teologia-Prodromos è dovuto all’appellativo che si diede Giovanni Battista, il quale «andava avanti», nel senso che precedeva, l’insegnamento di Gesù di Nazaret sulla spiritualità del Dio unico.

Infatti nei Vangeli troviamo l’esortazione del Signore che dice siate Perfetti come il Padre vostro che è nei cieli. Per cui si invita coloro che seguono il suo insegnamento ad assumere in coscienza tale monito, pur di mettere in risalto l’impegno dell’allievo a mettere in pratica tale insegnamento.

Nel contempo invitava i discepoli ad essere i Prodromos, coloro che dovevano andare avanti nell’insegnamento e spianare la strada a coloro che sarebbero venuti in seguito come aveva fatto il Battista con Lui.

Sappiamo che la Teologia è riferita alla sfera religiosa e, più in generale, a quella spirituale, Non vi è dubbio alcuno che invita l’essere umano al rispetto di sé stesso, al rispetto delle regole civili e morali, onde potersi guadagnare il Regno dei Cieli. Pertanto, all’invito dei Vangeli, qui si propone una formazione che sia in concomitanza e in sintonia con l’insegnamento che si tira fuori dal detto di Gesù: il metodo Prodromos.

Questo metodo nasce dallo studio comparato tra la Teologia e l’insegnamento dello Dzogchen.

Dallo studio della teologia fondamentale si evince la spiritualità fondamentale che si coniuga, in larga parte, con la fondamentale spiritualità dello Dzogchen. Lo Dzogchen, riportato anche nei sistemi buddhisti e conosciuto oggi anche in Italia e nel mondo, si lega spiritualmente alla nostra religione fondamentale in spirito e sapienza. Quindi anche lo Dzogchen, proponendosi come Grande Perfezione, ci dà l’opportunità di tirar fuori il metodo del Prodromos senza invadere il campo della spiritualità teologica, anzi l’accresce proprio nel metodo teorico-pratico del Prodromos.

Per questo ed altro è nato questo metodo che è gestito dall’Istituto «Aletheia».

Per dare una spiegazione completa del metodo nella sua applicazione pratica, proponiamo dei seminari, in presenza e online, con una esauriente spiegazione per tutti coloro che vogliono aderire. Per una maggiore chiarezza sui contenuti del metodo è conveniente consultare «Progetto Prodromos» edito dalle Edizioni Made, la casa editrice dell’Istituto «Aletheia».

Per eventuale domande e chiarimenti sul Metodo Prodromos è possibile scrivere a

natalemusella@isff.it

Per info sui corsi e sulle modalità di partecipazione è possibile scrivere a

info@isff.it


Per far fiorire il seme della nostra natura divina

di Natale Musella

 

In alcune tradizioni spirituali si crede che tutti gli esseri senzienti abbiano il seme della natura dell’intelligenza.

Così se una persona ha la fortuna di poter seguire gli insegnamenti spirituali, può ottenere anche una certa realizzazione. Questo, secondo alcuni insegnamenti orientali.

Le religioni occidentali non dicono che abbiamo semplicemente la natura dell’intelligenza, ma possediamo quella che si chiama la potenzialità del divino, ovvero figli di Dio.

Quando pensiamo alla natura divina, ci viene subito in mente che siamo fuori dai nostri peccati, basta che diciamo alcune preghiere che Dio ci perdona e ci salva. Il vero significato della preghiera non è un raccomandarsi a Dio per ottenere il lascia passare per il Paradiso, ma è l’invito alla contrizione per il pentimento dei nostri peccati commessi. 

Pertanto, se noi riuscissimo a pentirci dei nostri peccati e a non commetterli più solo allora ci potrà essere una salvezza da parte nostra.

Ora, per coloro i quali non riescono a capire questo profondo significato della preghiera, li invitiamo ad occuparsi di qualcosa che possa fargli da guida e porlo nella dimensione della salvezza.

Il Prodromos è qualcosa che può realmente aiutare coloro che lo vogliono ma che non sanno cosa o come fare.

Se noi riuscissimo a comprendere che la nostra condizione umana si è voluta da una divina esistenza, dovremo anche comprendere che tutte le azioni umane sono e rimangono umane: siano esse positive o negative. Allora è chiaro che volendo evolvere rispetto ad una condizione precaria e piena di errori o peccati, che ci costringono a vivere in un modo non piacevole, vale la pena di credere che se veramente esiste un karma ed una rinascita per riparare ai nostri errori, dobbiamo valorizzare alcuni insegnamenti che ci conducono fuori da questo nefasto tunnel.

Rivalutare veramente il seme della nostra natura divina attraverso l’esistenza umana e porci nell’iter dell’evoluzione spirituale.


Karate, la visione originaria

di Angelo Tomasino

Quando si crea uno spazio mentale silenzioso, quando il chiacchiericcio mentale sembra fermarsi, si apre uno spazio, lo spazio dell’intuizione.

La pratica continua delle tecniche applicata con una certa coscienza al proprio corpo e respiro, senza distrazioni mentali porta alla comprensione profonda di certi movimenti e tecniche.

Quando si pratica karate, al chiarore della luna, nel silenzio della notte, tutto sembra avere un fascino speciale. Eppure non è una questione di bellezza estetica in cui ci si immerge, è l’immersione in uno stato particolare che l’essere può sperimentare nel buio notturno. La percezione di sé in quel silenzio, lontano dalla frenesia dei pensieri quotidiani e dalle molteplici distrazioni, proprio quel percepirsi in profondità rende il karate come una forma di danza che congiunge ogni cellula del corpo ad ogni respiro e ad ogni movimento. Tutto l’ambiente diventa parte della stessa danza.

Praticare karate allenando un certo tipo di coscienza, ora al di là del luogo in cui si pratica, può fornirci la “via” per realizzare noi stessi attraverso il karate.

È così che il karate non smette di coinvolgerci giorno dopo giorno, che ci mostra un’evoluzione costante di noi stessi che può durare anche tutta una vita. Praticare attraverso il karate la via della realizzazione interiore è possibile, lo è sempre stato secondo quello che ci hanno tramandato. In Oriente hanno un segreto, un segreto che li differenzia da tutti: ogni strada, percorsa con la giusta coscienza, può condurre alla natura primordiale dell’essere ed alla realizzazione di sé. Forse è questa la differenza? È questa la visione nuova da attuare nella pratica del karate? Visione nuova o forse… quella più antica?

III.Fine

I.Parte «La via del Karate: semplice agonismo o altro?»

II.Parte «Il maestro, l'esempio e l'educazione nel karate»


L'esempio e l'educazione nel Karate

di Angelo Tomasino

Una delle lamentele degli agonisti più frequente è: «Facciamo sempre le stesse cose, sempre le stesse tecniche, gli stessi kata…».

Anche i praticanti di grado alto si lamentano di fare sempre le stesse cose e così vanno alla ricerca di qualche novità del momento, di qualche maestro in possesso di tecniche segrete, originali di tale posto, di applicazioni sempre nuove nella speranza di mantenere viva e accesa quella passione per il karate.

Nell’agonismo variano gli allenamenti, che con l’evolversi delle conoscenze si fanno sempre più specifici. Ma alla fine il discorso è sempre lo stesso: la noia annichilisce la passione e si finisce per abbandonare la via del karate.

Se non è nemmeno la conoscenza tecnica, il senso ultimo del karate cos’è?

Qual è questa sostanziale differenza tra i praticanti occidentali e quelli orientali?

Se si visionano video di maestri occidentali si incappa quasi sempre in spiegazioni tecniche e applicazioni, nei video dei maestro orientale li vedi allenarsi ed allenare, e tra i discepoli noti sempre allievi di una certa età. Oltre tutto li vedi ripetere sempre le stesse tecniche basilari e ciò colpisce molto, anche se nessuno ti spiega il perché. Probabilmente pochi lo sanno.

Quando ho incontrato il mio maestro di Dzogchen, Natale Musella, ed ho iniziato il percorso di pratica ho potuto comprendere la natura fisica, energetica e mentale di cui ogni essere umano è costituito, ho potuto comprendere la natura dello stato primordiale di coscienza. Da qui è iniziata la comprensione di cosa fosse sport e cosa fosse la pratica del karate, ossia il “DO”, la “VIA”.

Ho compreso che allenare la coscienza del proprio corpo necessita anni, allenare la coscienza delle proprie energie necessita anni e anni così come allenare una mente non duale: necessita tutta una vita. È forse questa la differenza tra la visione orientale e quella occidentale del karate?

Ci sono in Occidente maestri che ancora si allenano al di là dell’insegnare? Ci sono maestri che educano ai valori conoscitivi che trascendono lo sport e la tecnica forgiando prima loro stessi?

II.Continua

I.Parte «La via del Karate: semplice agonismo o altro?»


La via del Karate: semplice agonismo o altro?

di Angelo Tomasino

Mi sono sempre chiesto perché in Occidente il Karate venisse praticato fino ad una certa età mentre in Oriente la pratica del Karate continuasse fino ad età avanzata.

Dopo aver raggiunto il grado di cintura nera molti abbandonano il karate, se non si ha uno scopo professionale come diventare maestri, e la pratica di tale disciplina viene abbandonata. Escludendo la scusa di non avere più tanto tempo a disposizione, ho chiesto un po’ in giro fra i vecchi praticanti di Karate perché avessero abbandonato il Karate e sono emerse due realtà: una legata al fatto che avessero smesso di fare agonismo e l’altra legata al fatto che facessero «sempre le stesse cose».

È lecito, dunque, chiedersi se la pratica del karate sia fortemente legata all’agonismo o all’apprendimento di una conoscenza limitata.

Associando il Karate all’agonismo, alla competizione sportiva, alla gara, è facile che terminata la fase agonistica non  resti un senso per proseguire. In moltissime palestre, purtroppo, si porta avanti quel senso sportivo, «legittimo», di competizione che motiva l’allievo, un agonismo utile per misurare il livello di crescita di un allievo (controllo del corpo, controllo dell’emotività, capacità di concentrazione ed espressione della propria energia, capacità strategiche).

È forse questo il fine ultimo del Karate?

Se d’altro canto si desse al Karate un valore di conoscenza di una disciplina, dove il fine è quello di acquisire e imparare un’antica arte marziale sarebbe diverso il discorso?

Sicuramente dopo l’agonismo la pratica per acquisire tutta la conoscenza del Karate continuerebbe. Ma quanti maestri educano i loro allievi alla conoscenza del Karate invece che alla forma agonistica del Karate sportivo? Più volte ho visto esaltare e privilegiare gli agonisti bravi e forti piuttosto che tutta quella parte degli allievi non agonisti. Ho sempre visto dare spazio, tempo a attenzioni ai futuri ipotetici campioni e tutto ciò non ha forse precluso la formazione di futuri maestri di karate che non fossero agonisti? Il senso assoluto di competizione sportiva è forse la differenza tra noi occidentali e gli orientali?

Continua


L’Angoscia come presa di coscienza di un risveglio

Da dove nasce l’angoscia? Soprattutto, come possiamo definirla? Per arrivare alle origini dell’angoscia bisogna fare il percorso della sua essenza e per fare questo occorre servirsi della  filosofia senza però allontanarsi dalla Rivelazione e dal discorso intorno a Dio. Si può guarire dall’Angoscia? L’interrogativo stimola alla lettura del volume l’Uomo tra Angoscia, Disperazione e Salvezza, di Natale Musella. Di seguito alcuni estratti dalle Conclusioni del libro.

 

di Natale Musella

[…] È molto importante che sia fatta una disamina per stabilire la qualità o natura dell’angoscia. Infatti, l’intervento su di essa, può richiedere un differente medico, ammesso che questa si possa guarire.

Abbiamo anche visto che l’angoscia morale può scaturire da un senso di colpa. Quindi, se è vero questo, è anche vero che l’angoscia morale può essere guarita. L’angoscia spirituale invece, è una malattia inguaribile, o per meglio dire, una non-malattia. Se essa è, infatti, una presa di coscienza di una trascendenza che si manifesta, allora dobbiamo convenire che non è affatto una malattia, né tantomeno un trauma psicologico. Kierkegaard afferma che l’angoscia è un fatto dogmatico; ma questo è evidente perché una vera disciplina psicoanalitica non era ancora nata ai suoi tempi. È chiaro, quindi, che non poteva fare delle differenze di dato oggettivo; pertanto egli considerava l’angoscia come unico dato.

[…] Tornando al discorso dell’angoscia naturale o spirituale, quest’ultimo è un termine che forse si adatta di più, visto che è legato alla trascendenza manifesta. Dobbiamo considerare il rapporto che essa ha con la coscienza individuale; infatti, anche se sembra un assurdo, questa si fa sentire come ogni altro senso. Se ci poniamo nello stato di attenzione, tale da poter rilevare sensitivamente, ci rendiamo conto che, come dato, vi è un’esperienza. Ebbene, anche l’angoscia è pari alla manifestazione di un senso; questo dato è un’esperienza che noi acquisiamo. Pertanto è esaminabile, sotto l’aspetto psichico-empirico, il dato che si viene a manifestare: se è un’angoscia spirituale oppure no. Più specificamente possiamo dire che ci troviamo di fronte ad un’angoscia di tipo trascendentale oppure di fronte ad una di tipo razionale. Aggiungiamo pure che quella di tipo razionale viene nel rapporto tra conoscenza morale e peccato. Quella trascendentale viene da un rapporto tra il trascendente e un risveglio di questa coscienza individuale.

[…] L’uomo vive nei cinque sensi e, quando si ha la consapevolezza di questi sensi, può dirsi cosciente. Acquisire la consapevolezza di un dato diverso dai cinque sensi non è cosa semplice, pertanto può riuscire anche difficile entrare in questa consapevolezza. Se il soggetto però è educato e istruito circa la conoscenza di questo dato, egli saprà da solo fare la distinzione di questo dato posto; in realtà lui si troverà a discernere sulla realtà a lui apertasi o presentatasi.

[…] per le cose dette, non bisogna considerare l’angoscia alla stessa stregua della colpa; mentre invece è da considerare come la presa di coscienza di un risveglio. È possibile che quel dato voglia rappresentare la manifestazione del movimento che, attraverso la possibilità, dà l’opportunità della scelta. Scelta che, se fatta con discernimento, condurrà responsabilmente, sulla strada della Sequela Cristi. Ma se il discernimento non è presente, la scelta cadrà su cose futili, apparenti e mondane; sarà una scelta pragmatica, secondo la necessità del momento.


La parola della settimana è… «Parola»

Ogni settimana sceglieremo una parola che commenteremo e cercheremo di spiegare nella maniera più chiara e semplice possibile. Perché le parole, come spiegava Martin Heidegger, non sono solo strumenti per esprimere il pensiero, ma condizioni per poter pensare.

 

Il pedagogista e psicologo Alberto Manzi, famoso per la sua trasmissione «Non è mai troppo tardi» attraverso la quale, negli anni Sessanta, tantissimi analfabeti riuscirono a conseguire la licenza elementare, era solito fare dei disegni per introdurre la lettera o la parola che voleva insegnare ai suoi allievi. Egli, in questo modo, diceva di voler «scrivere per immagini» perché le parole «erano simboli attraverso i quali scriviamo ciò che vogliamo e leggiamo ciò che gli uomini hanno scritto».

Noi tutti sappiamo bene che riusciamo a comunicare tra di noi (ma anche a pensare, come diceva Heidegger) solo attraverso l’utilizzo di parole che, combinate tra di loro in base a degli schemi e a delle regole, formano il linguaggio.

Ma non di sole parole… parliamo (e il gioco, di parole, è necessario).

Heidegger spiegava che il linguaggio è la «casa dell’Essere»: «[…] nel pensiero l’Essere perviene al linguaggio. Il linguaggio è la casa dell’Essere. Nella sua dimora abita l’uomo» (da Lettera sull’Umanismo). Che cosa voleva intendere il filosofo tedesco? Che le parole rappresentano uno strumento per comprendere gli altri ma anche, e forse soprattutto, un potente strumento per comprendere noi stessi.

Secondo il linguista Tullio De Mauro, una persona istruita riesce, quotidianamente, a «processare» decine e decine di migliaia di parole. Questo nelle sedici ore di veglia e il processo mentale continua anche durante il sonno. Ecco perché, spesso, noi non diamo troppo peso a questa nostra facoltà: il saper comunicare attraverso le parole.

Questa capacità, questo «poter dire io e tu che aiuta a dire e capire ciò che noi o altri diciamo rinvia al nostro saper essere parte autonoma, autonomamente inventiva, di un gruppo, e al saper riconoscere ad altri tale autonomia», spiega De Mauro.

La parola, dunque, nella sua forma di fenomeno collettivo che è il linguaggio, è lo strumento che utilizziamo quotidianamente, anche in questo momento mentre le parole scorrono sul monitor, per pensare, per comunicare i nostri pensieri e per comprendere i pensieri degli altri.

Immaginate di perdere la parola. Ci troveremo di fronte all’incapacità di comprendere gli altri e di poterci esprimere. Un esempio? Il dolore, che piega il sofferente al mutismo o al massimo al grido, che nulla ha a che vedere con la parola. Basti pensare il muro di silenzio che si innalza tra coloro che soffrono e coloro che non soffrono.

E nella nostra epoca dove il «frastuono» delle parole è così… rumoroso?

Risponde, e concludiamo, ancora Heidegger: «se l’uomo ancora una volta deve ritrovare la vicinanza dell’Essere, deve prima imparare a esistere nell’assenza di nomi. […] Prima di parlare, l’uomo deve anzitutto lasciarsi reclamare dall’Essere, col pericolo che, sottoposto a questo reclamo, abbia poco o raramente qualcosa da dire. Solo così viene ridonata alla parola la ricchezza preziosa della sua essenza, e all’uomo la dimora per abitare nella verità dell’Essere» (Lettera sull’umanismo).