Karate, la visione originaria

di Angelo Tomasino

Quando si crea uno spazio mentale silenzioso, quando il chiacchiericcio mentale sembra fermarsi, si apre uno spazio, lo spazio dell’intuizione.

La pratica continua delle tecniche applicata con una certa coscienza al proprio corpo e respiro, senza distrazioni mentali porta alla comprensione profonda di certi movimenti e tecniche.

Quando si pratica karate, al chiarore della luna, nel silenzio della notte, tutto sembra avere un fascino speciale. Eppure non è una questione di bellezza estetica in cui ci si immerge, è l’immersione in uno stato particolare che l’essere può sperimentare nel buio notturno. La percezione di sé in quel silenzio, lontano dalla frenesia dei pensieri quotidiani e dalle molteplici distrazioni, proprio quel percepirsi in profondità rende il karate come una forma di danza che congiunge ogni cellula del corpo ad ogni respiro e ad ogni movimento. Tutto l’ambiente diventa parte della stessa danza.

Praticare karate allenando un certo tipo di coscienza, ora al di là del luogo in cui si pratica, può fornirci la “via” per realizzare noi stessi attraverso il karate.

È così che il karate non smette di coinvolgerci giorno dopo giorno, che ci mostra un’evoluzione costante di noi stessi che può durare anche tutta una vita. Praticare attraverso il karate la via della realizzazione interiore è possibile, lo è sempre stato secondo quello che ci hanno tramandato. In Oriente hanno un segreto, un segreto che li differenzia da tutti: ogni strada, percorsa con la giusta coscienza, può condurre alla natura primordiale dell’essere ed alla realizzazione di sé. Forse è questa la differenza? È questa la visione nuova da attuare nella pratica del karate? Visione nuova o forse… quella più antica?

III.Fine

I.Parte «La via del Karate: semplice agonismo o altro?»

II.Parte «Il maestro, l'esempio e l'educazione nel karate»


La «Grande Perfezione» dello Dzogchen

di Natale Musella

Sempre più persone sanno che quando si utilizza il termine Dzogchen, si intende qualcosa che proviene dall’Oriente e che si è diffuso, in Italia e in Occidente, grazie all’opera del venerabile maestro Namkhai Norbu.
Non tutti, però, sanno che cosa esso sia veramente.
In queste poche righe cercherò, utilizzando termini occidentali, di spiegare che cosa è lo Dzogchen e che cosa effettivamente vuole significare questo termine.
Se lo vogliamo considerare, sotto l’aspetto filosofico, possiamo senza dubbio considerarlo come un metodo per raggiungere certe vette che con la sola dissertazione filosofica sarebbe impossibile raggiungere. Possiamo anche considerare lo Dzogchen in un’ottica religiosa, visto i suoi legami in Tibet con il Buddhismo e il Bön, ma possiamo sicuramente affermare come esso non sia una religione.
Un terzo aspetto, molto importante, è considerare lo Dzogchen dal punto di vista della spiritualità.
Infatti, visto che esso prevede una meditazione e questa la si può definire, per un secondo aspetto, trascendentale, possiamo considerare lo Dzogchen come un metodo spirituale.
In verità, se vogliamo considerare la reale natura dello Dzogchen dobbiamo partire dal significato del termine. Si tratta di un termine tibetano, formato da due parole: rDzogs e chen. Esse significano rispettivamente «perfezione» e «grande», da qui la tradizione più diffusa del termine Dzogchen che è, appunto, «Grande Perfezione».
Il termine «Perfezione» ci rimanda al passo evangelico che dice: «Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48).
Proviamo ora a specificare meglio questa esortazione di Gesù riportata dall’evangelista Matteo. Certamente Gesù non voleva alludere a una perfezione estetica, ma soprattutto ad una perfezione interiore.
Vi è un vecchio proverbio che dice: «La bellezza presuppone la perfezione».
Pertanto non deve e non può spaventarci l’idea di sapere che cosa voglia significare lo Dzogchen. Anche se sappiamo che è qualcosa importato dall’Oriente, ciò non toglie che la sua perfezione sia riferita all’interiorità dell’essere umano. Pertanto possiamo dire che esso è un metodo che porta l’uomo alla sua perfezione interiore ed esteriore.
Lo Dzogchen è un metodo che può essere utilizzato da chiunque lo voglia; che sia maschio o femmina che sia laico o religioso, monaco o sacerdote, ogni persona, se ne ha volontà lo può praticare.
Questo metodo non toglie nulla e non aggiunge nulla di particolare alle religioni, associazioni di sana moralità oppure alla personalità del singolo individuo.