L'esempio e l'educazione nel Karate

di Angelo Tomasino

Una delle lamentele degli agonisti più frequente è: «Facciamo sempre le stesse cose, sempre le stesse tecniche, gli stessi kata…».

Anche i praticanti di grado alto si lamentano di fare sempre le stesse cose e così vanno alla ricerca di qualche novità del momento, di qualche maestro in possesso di tecniche segrete, originali di tale posto, di applicazioni sempre nuove nella speranza di mantenere viva e accesa quella passione per il karate.

Nell’agonismo variano gli allenamenti, che con l’evolversi delle conoscenze si fanno sempre più specifici. Ma alla fine il discorso è sempre lo stesso: la noia annichilisce la passione e si finisce per abbandonare la via del karate.

Se non è nemmeno la conoscenza tecnica, il senso ultimo del karate cos’è?

Qual è questa sostanziale differenza tra i praticanti occidentali e quelli orientali?

Se si visionano video di maestri occidentali si incappa quasi sempre in spiegazioni tecniche e applicazioni, nei video dei maestro orientale li vedi allenarsi ed allenare, e tra i discepoli noti sempre allievi di una certa età. Oltre tutto li vedi ripetere sempre le stesse tecniche basilari e ciò colpisce molto, anche se nessuno ti spiega il perché. Probabilmente pochi lo sanno.

Quando ho incontrato il mio maestro di Dzogchen, Natale Musella, ed ho iniziato il percorso di pratica ho potuto comprendere la natura fisica, energetica e mentale di cui ogni essere umano è costituito, ho potuto comprendere la natura dello stato primordiale di coscienza. Da qui è iniziata la comprensione di cosa fosse sport e cosa fosse la pratica del karate, ossia il “DO”, la “VIA”.

Ho compreso che allenare la coscienza del proprio corpo necessita anni, allenare la coscienza delle proprie energie necessita anni e anni così come allenare una mente non duale: necessita tutta una vita. È forse questa la differenza tra la visione orientale e quella occidentale del karate?

Ci sono in Occidente maestri che ancora si allenano al di là dell’insegnare? Ci sono maestri che educano ai valori conoscitivi che trascendono lo sport e la tecnica forgiando prima loro stessi?

II.Continua

I.Parte «La via del Karate: semplice agonismo o altro?»


La via del Karate: semplice agonismo o altro?

di Angelo Tomasino

Mi sono sempre chiesto perché in Occidente il Karate venisse praticato fino ad una certa età mentre in Oriente la pratica del Karate continuasse fino ad età avanzata.

Dopo aver raggiunto il grado di cintura nera molti abbandonano il karate, se non si ha uno scopo professionale come diventare maestri, e la pratica di tale disciplina viene abbandonata. Escludendo la scusa di non avere più tanto tempo a disposizione, ho chiesto un po’ in giro fra i vecchi praticanti di Karate perché avessero abbandonato il Karate e sono emerse due realtà: una legata al fatto che avessero smesso di fare agonismo e l’altra legata al fatto che facessero «sempre le stesse cose».

È lecito, dunque, chiedersi se la pratica del karate sia fortemente legata all’agonismo o all’apprendimento di una conoscenza limitata.

Associando il Karate all’agonismo, alla competizione sportiva, alla gara, è facile che terminata la fase agonistica non  resti un senso per proseguire. In moltissime palestre, purtroppo, si porta avanti quel senso sportivo, «legittimo», di competizione che motiva l’allievo, un agonismo utile per misurare il livello di crescita di un allievo (controllo del corpo, controllo dell’emotività, capacità di concentrazione ed espressione della propria energia, capacità strategiche).

È forse questo il fine ultimo del Karate?

Se d’altro canto si desse al Karate un valore di conoscenza di una disciplina, dove il fine è quello di acquisire e imparare un’antica arte marziale sarebbe diverso il discorso?

Sicuramente dopo l’agonismo la pratica per acquisire tutta la conoscenza del Karate continuerebbe. Ma quanti maestri educano i loro allievi alla conoscenza del Karate invece che alla forma agonistica del Karate sportivo? Più volte ho visto esaltare e privilegiare gli agonisti bravi e forti piuttosto che tutta quella parte degli allievi non agonisti. Ho sempre visto dare spazio, tempo a attenzioni ai futuri ipotetici campioni e tutto ciò non ha forse precluso la formazione di futuri maestri di karate che non fossero agonisti? Il senso assoluto di competizione sportiva è forse la differenza tra noi occidentali e gli orientali?

Continua


Il karma alla luce dell'Occidente

Il karma alla luce della cultura e della mentalità occidentale è il tema centrale de Il karma alla luce dell’Occidente, volume di Natale Musella che affronta un tema che ha provocato numerose controversie tra cultori e studiosi sia di filo­sofia sia di religione. Di seguito alcuni estratti dalle Conclusioni del libro.

di Natale Musella


[…] Non bastano le affermazioni di studiosi delle sole religioni, per­ché come hanno affermato i più grandi teologici e filosofi della nostra storia, è indispensabile e utile procedere tra Fede e Ragione nella teo­logia, nella filosofia e nell’educazione.

Lo stesso papa Giovanni Paolo II, nella XIII enciclica Fides et Ratio invita alla collaborazione teologi e filosofi per fare chiarezza in ragione degli eventi e dell’arrivo, in Oc­cidente, di altre religioni. Ciò non toglie, nel rispetto dei propri ruoli, l’incontro di tali studi, anche se questo non deve significare l’unione delle religioni, sarebbe un vero sincretismo e sconcerterebbe, ancora una volta, gli studiosi.

L’importanza di approcci, nella diversità degli studi, significa arricchimento della cultura a vantaggio dei popoli.

Allo stesso modo e per la comune ragione, la disponibile apertura di tutte le religioni e di tutte le culture all’approfondimento di uno studio com­parato, per favorire l’intercultura e il miglioramento della mentalità di ogni popolo, potrebbe essere un invito alla scoperta di nuovi valori esistenziali. Se crediamo, anche se in minima percentuale, nelle pagine lette, dobbiamo comprendere che il destino dei popoli è legato in un rapporto karmico esistenziale ontologico di tutta la razza umana.

[…] Prima Teofania poi Epifania, Dio si è rivelato all’uomo nel corso dei secoli; profeti e conduttori di popoli, laici e religiosi hanno contri­buito alla crescita del popolo di Dio, alla crescita di una umanità più civile, più dotta, più intelligente. Questo ha favorito l’avvenimento dell’incarnazione di Dio nella Persona del Figlio, attraverso lo Spirito Santo. Anche se è difficile, per molti, accettare l’evidenza dei fatti, que­sto è stato possibile grazie alla sua onniscienza quale Creatore. Ed è proprio grazie a questa onniscienza del nostro Creatore che possiamo provare a concettuare un percorso esistenziale di destino, predestinazione e karma, nel concetto di karma esistenziale.

Esistenza come Natura dell’Essere; scopo principale della sussisten­za nell’Ente quale Esser-ci.

Il Creatore è al di sopra di ogni concetto, ma tutto è creato da lui; con ciò non vuol dire relegarlo a ruoli quasi paradossali e inutili solo per sentirlo un poco più vicino all’uomo. Egli è, e lo sarà sempre, con o senza l’uomo; Egli è l’indiscusso dell’Esisten­za. Se ha voluto crearci è senz’altro perché l’uomo si potesse esprimere su alti livelli intellettivi e senza imprigionare la sua intelligenza. Ogni imperfezione a pensieri, ideologie e quant’altro è solo l’interpretazione errata che l’essere umano, in quanto tale, dà a un probabile valore buono. Se egli, infatti, vive nel discernimento, può accorgersi che ogni idea, ogni intuizione, può essere attuata nel migliore dei modi e nel principio fondamentale del valore della vita umana. Pertanto non dobbiamo assolutamente aver paura ad ammettere, anche se tempora­neamente, soluzioni che possono favorire, non solo le scienze, ma so­prattutto lo studio filosofico nel rispetto dei Sacri valori e dei Principi a essi connessi.

[…] Non è a Dio che dobbiamo, diret­tamente, la nostra sorte, ma alle nostre azioni che hanno generato karma; con cause precedenti ed effetti causanti. Pertanto l’uomo, non potendo uscire da questa spirale, non deve dare o scaricare le proprie colpe e peccati agli altri ma tenerseli per sé come oggetti acquistati con propria moneta. Fosse Dio, la natura o altri uomini, ciò che è suo rimane suo; egli deve imparare a usare il discernimento in modo da non generare, perlomeno, karma negativo. Solo accettandone la verità egli può rivolgersi a Dio invocando il Padre nostro affinché gli rimetta i suoi debiti. La serenità della sua vita e la stessa felicità la può trovare aprendo la porta dell’accettazione quale riconoscimento di realtà dove ivi si trova questa grande e profonda verità.

Allora si può definire il karma come:

Processo educativo naturale delle attività umane,

nelle sue dimensioni di Pensiero, Azione, Soddisfazione,

oppure Agere Facere, Esperire.

 

Esso si svolge nella completezza del circolo educativo, sia antropo­logico sia ontologico. La potenza dell’Atto diventa azione e produce un’esperienza. Quest’ultima infonde di conoscenza il nuovo pensiero che ripropone di nuovo un’azione.

Il tutto si svolge certamente con le azioni della vita quotidiana, con il proposito e la responsabilità umana che gli è stata totalmente affi­data, connesso in armonia alla natura e alla creazione del Dio Padre. Orientale o occidentale che esso sia.